QUESTA E’ LA LORO BUONA UNIVERSITA’?

Il Ministero dell’Istruzione ha dichiarato che da Settembre 2015 è stato avviato un tavolo di discussione per stendere le linee guida di quella che sarà la prossima riforma universitaria: “La Buona Università”.

Ovviamente non sono ancora stati resi noti nello specifico i cambiamenti che tale riforma introdurrà. Tuttavia, analizzando le radici di questa, insieme alle dichiarazioni del sottosegretario all’istruzione, possiamo dedurne il disegno generale.

Le motivazioni che hanno spinto i vari governi ad attuare riforme su riforme, in qualsiasi ambito, sono sempre state di tipo economico. Bisogna tenere presente che il sistema capitalista sta vivendo da molti anni un’importante fase di ristrutturazione economica, acuitasi poi con la crisi del 2008. Ristrutturazione economica che passa attraverso imponenti politiche di austerity, presentate come “sacrifici”, che fanno ricadere il costo della crisi sulle classi sociali più deboli, tramite tagli allo stato sociale, ristrutturazione del mondo del lavoro e, non ultimo, anche del sistema universitario.

La Buona Università trae la sua origine dal cosiddetto “processo di Bologna”: un accordo siglato nel 1999 dall’Italia e da altri stati, per uniformare e standardizzare il mondo della formazione a livello europeo. Con esso vengono stabiliti gli “standard europei” inerenti alla formazione universitaria. Da quel momento l’Italia inizia a far fronte agli impegni presi,varando una serie di riforme, tra cui, le più significative sono state prima la riforma Moratti (2003) e poi la riforma Gelmini (2008).

Caratteristica comune a tutte le riforme, è la progressiva aziendalizzazione dell’università. Viene istituito in tutti gli Atenei il Consiglio di Amministrazione (ossia, come in ogni azienda, l’organo che gestisce i fondi decidendo come e dove investirli) nel quale i Privati che vi partecipano ne influenzano il processo decisionale; senza andare lontano nel CdA della nostra università sono presenti rappresentanti di Banca Intesa. I parametri per l’assegnazione di borse di studio cambiano poiché il reddito viene sostituito dal merito, andando a favorire una minoranza di studenti “produttivi e meritevoli”, e riducendo la possibilità alle fasce meno abbienti di intramprendere gli studi universitari. Viene introdotto il sistema 3+2, che comporta due cicli di formazione omologati agli standard europei, uno di conoscenze di base e l’altro più specializzato, che risultano essere più spendibili sul mondo del lavoro. Attraverso l’istituzione dei crediti, cioè una quantificazione della conoscenza nozionistica acquisita durante i corsi, vengono privilegiate determinate aree del sapere, che corrispondono a quelle maggiormente richieste dalle aziende. Vengono introdotti, e nel tempo intensificati, tirocini e stage non retribuiti, che, sotto l’illusione di un surplus formativo, garantiscono, in realtà, manodopera gratuita alle imprese e preparano gli studenti alle necessità del mercato del lavoro: flessibilità e precarietà.

Adesso ci troviamo di fronte all’ennesima riforma universitaria che, sulla scia delle precedenti, andrà a modificare il mondo della formazione peggiorandolo. Stando alle affermazioni di Faraone, sottosegretario all’Istruzione, c’è una volontà esplicita di potenziare “l’orientamento in entrata e il tutoraggio in itinere” perchè “troppi immatricolati non si laureano”, tutto questo affiancato dall’impegno nel potenziare il sistema ITS, ossia degli Istituiti Tecnici.

Tale scelta risponde precisamente alle esigenze del mondo del lavoro: dati i cambiamenti strutturali del sistema economico che determinano una sempre maggiore automatizzazione del sistema produttivo, aggravati dall’attuale periodo di crisi, diminuisce la necessità di forza lavoro altamente qualificata

Perciò, il modo più semplice per rispondere a questa necessità è incidere direttamente nel luogo dove la forza-lavoro in formazione acquisisce quelle conoscenze specializzate, di cui il sistema lavorativo è attualmente saturo. Così, con la scusa di ridurre il numero di coloro che s’iscrivono all’università senza poi laurearsi, si riduce il numero degli immatricolati.

Come?
Da una parte, anche se non è ancora chiaro come avverrà, potenziando il sistema ITS, così quegli studenti che hanno necessità di lavorare per vivere, a cui magari non dispiacerebbe, però, continuare anche a studiare, acquisiranno una
formazione immediatamente spendibile sul mondo del lavoro, non andando quindi ad “intasare”, secondo le logiche del ministero, il sistema universitario; dall’altra introducendo “sistemi di monitoraggio e tutoraggio”. Sapendo che il modello universitario da ricalcare è quello europeo, non è difficile intuire in cosa potrebbero consistere i “sistemi di tutoraggio in itinere” anticipati da Faraone. Infatti, è probabile che se lo studente non darà un determinato numero di esami, in un determinato periodo di tempo, sarà costretto ad abbandonare gli studi, come accade già in altre parti d’Europa. Il problema è che non si tiene conto della discriminante di reddito: tanti studenti sono costretti a lavorare per mantenersi durante gli studi compromettendo il proprio rendimento universitario. E’ giusto penalizzarli? L’università non dovrebbe garantire il diritto allo studio proprio a chi è in difficoltà?

Per quanto riguarda il monitoraggio all’ingresso, non è fuori luogo pensare che i test d’ingresso, o similari, vengano estesi a tutti gli indirizzi. Senza andare lontano basti pensare cos’è accaduto nella nostra facoltà. Essa ha anticipato con il TEC le ipotetiche mosse a livello nazionale. Il TEC, da quest’anno, si trasforma in un vero e proprio test d’ingresso camuffato; prima di tutto si risulta immatricolati solo dopo averlo svolto, in più bisogna pagare 30 euro per poterlo sostenere nelle tre sessioni stabilite dall’istituto, infine, se non si supera bisogna frequentare dei “corsi di supporto”, al termine dei quali vi è un’altra prova selettiva. Solo superando quest’ultima si potrà risultare immatricolati e ci si potrà iscrivere al secondo anno, altrimenti: tanti saluti e arrivederci.

Ma non è finita qui. Molto probabilmente si andrà a modificare nuovamente il Diritto allo Studio, non si sa come di preciso, ma sicuramente al ribasso, viste le premesse. Faraone, infatti, dichiara: “Cambierà anche il sistema del diritto allo studio [..] così com’è funziona poco e male. La soluzione potrebbe invece essere la gestione a livello nazionale di questo settore.” Cosa significa? Vuol dire che, presumibilmente, la gestione delle borse di studio sarebbe relegata solo a livello nazionale, eliminando perciò le borse d’ateneo e i consorzi interuniversitari per il diritto allo studio. Tale mossa fa pensare che si assisterà ad una diminuzione di queste, limitando ulteriormente l’accesso all’università a tutti coloro che non se lo possono permettere economicamente.

Siamo quindi noi, studenti proletari, ad essere i principali obbiettivi di tale imminente riforma. Ma non dobbiamo restare a guardare, dobbiamo reagire per difendere e riprenderci ciò che ci viene costantemente tolto. Infatti, se il diritto allo studio verrà trattato solo a livello nazionale, saremo più forti e numerosi di prima, perché a combattere per i nostri diritti saremo tutti noi studenti, uniti in un’unica lotta.

Perciò non restiamo a guardare e prepariamoci ad affrontare questa fase, rilanciando l’unità degli studenti nella difesa dei nostri diritti.


L’Assemblea di Scienze Politiche si trova tutti i Martedì e Giovedì
alle h.14.30
presso lo “Spazio Occupato” di Scienze Politiche al piano interrato.

Assemblea Scienze Politiche
scienzepolitichemilano@inventati.org

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